Il Milan di Berlusconi non esiste più

Atletico Madrid-Milan 4-1. Fine dell’illusione. Fine dei sogni. E fine anche del Milan di Berlusconi per come è stato inteso dal 1986 a oggi. Quella squadra non c’è più. Rimane solo nei ricordi dei nostalgici. Il Diavolo non è più un top club in Europa e nemmeno in Italia. E’ una nobile decaduta a cui è rimasto, di nobiliare, soltanto il nome. Le epoche di Sacchi, di Capello e di Ancelotti sembrano, anzi sono, lontano anni luce.

Così del resto anche il Milan scudettato di Allegri e trascinato da Ibrahimovic e Thiago Silva. La cessione dei due fuoriclasse è stato il primo segnale del ridimensionamento dei rossoneri. E’ vero, prima erano stati venduti anche Shevchenko e Kakà, ma l’intelaiatura, la struttura portante del gruppo era rimasta intatta. Nell’estate del 2012, complice l’addio di tutti i senatori (Gattuso, Seedorf, Inzaghi, Nesta…) al Diavolo è stata portata via l’anima. Lo scorso anno grazie a una strepitosa e fortunata rimonta c’è stato il sussulto finale, l’ultimo respiro di un gruppo sfinito e non all’altezza. Alla luce degli ultimi risultati il terzo posto può essere davvero considerato un miracolo. Un miracolo carico però di conseguenze negative perché ha spinto la società a credere (o a voler credere o a voler far credere) di non dover intervenire sul mercato.
Invece il gruppo aveva bisogno di almeno tre-quattro innesti capaci di innalzare il valore tecnico. Non di scarti delle altre o di parametri zero ultratrentenni. Inutile girarci intorno. Il Milan di oggi è palesemente scarso. Ha gravissime lacune in difesa e a centrocampo e fatica pure in fase offensiva. Non vi è nulla, un giocatore al quale aggrapparsi nei momenti difficili. Poteva essere Balotelli ma SuperMario ha deluso clamorosamente le aspettative di squadra e tifosi. Si è reso protagonista di episodi spiacevoli dentro e fuori dal campo dimostrando di non essere maturato e di non essere ancora un campione con la c maiuscola. Il problema evidentemente non era l’allenatore, sebbene il ciclo di Allegri dovesse terminare la sua corsa già lo scorso maggio senza venire trascinato senza convinzione dalla società. La questione riguarda la qualità della rosa e la riprova si è avuta nelle partite della gestione Seedorf, che comunque non ha grandi colpe dato il poco tempo a disposizione.

Naturalmente le responsabilità principali di una simile situazione sono da attribuire al club. Un tempo Berlusconi e Galliani erano la forza, il segreto, il segno distintivo del Milan. Allo stato attuale rappresentano la debolezza. L’ex premier da qualche anno ha chiuso i cordoni della borsa a causa della grave crisi economica. Nel calcio però non si vince solo con i soldi. Si vince con l’intuizione, con l’abilità nello scovare i talenti a basso costo. Qui il management milanese ha messo in mostra limiti clamorosi. Basti pensare che, sempre nell’estate del 2012, i rossoneri si sono lasciati sfuggire Pogba preferendogli l’oggetto misterioso Traorè. Dietro a un gruppo vincente c’è sempre una società all’altezza.
Il Milan lo era. Ora invece, più o meno esplicitamente, si assiste a uno scontro generazionale tra i due (caso più unico che raro) amministratori delegati, Barbara BerlusconiGalliani. Del resto a novembre la prima aveva sfiduciato il secondo attraverso una dichiarazione all’Ansa, costringendo il Cav. a un ‘intervento riparatore’. Il danno era stato però fatto. L’unità d’intenti era e resta una chimera. Lo si è notato chiaramente nel post partita di Sassuolo: Galliani aveva preallertato Inzaghi ma Barbara (in teoria responsabile del settore commerciale) aveva già scelto Seedorf. Regna insomma la confusione più totale.

Il futuro si preannuncia difficile. Senza gli introiti derivanti dalla partecipazione alla Champions, è probabile che il Milan ceda uno dei suoi (pochi) prezzi pregiati. Sarà De Sciglio? Sarà Balotelli? E che ne sarà di Rami e Taarabt? Verranno riscattati? Il lavoro di ricostruzione passa anche dalle risposte a queste domande.

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