Le bordate di Zambrotta su Allegri rafforzano Conte

Zambrotta scripsit: “Ho avuto problemi con Allegri al secondo anno, quando abbiamo perso lo scudetto per una gestione sbagliata dello spogliatoio. Devi avere tutti i giocatori che remano nella tua parte per vincere, Allegri invece in una gara decisiva disse chiaramente che se avesse avuto solo 14 calciatori sarebbe stato lo stesso. Allora mi sono guardato in faccia con Ibrahimovic per dire: ma questo che sta dicendo? In quell’occasione abbiamo perso lo scudetto”. 

E ancora: “Con l’Arsenal, dopo aver perso 3-0, Allegri ci fece comunque i complimenti, non è stata una grande mossa. Ibrahimovic si arrabbiò e quasi vennero alle mani nello spogliatoio”.
Parole pesanti, anzi pesantissime contenute nell’autobiografia dell’ex giocatore, “Una vita da terzino”. Il gruppo rossonero nella stagione 2011/12 in pratica era diviso, per colpa dell’allenatore, ovvero Allegri. In quell’annata si erano peraltro avuti diversi sentori negativi in merito: Seedorf in alcune partite fu praticamente dirottato in tribuna, mentre era già noto lo sfogo di Ibra dopo il pesante ko in Champions contro i Gunners che mise a rischio la qualificazione dopo il 4-0 dell’andata, per non parlare poi dei malumori di Inzaghi. In generale l’impressione era di vedere un Milan disunito, non compatto nella decisiva corsa al tricolore contro la Juve. E difatti nel giro di una settimana il Diavolo uscì dalla coppa e si fece sorpassare dai bianconeri. Non fu in grado di reggere la pressione dei rivali e crollò psicologicamente. Perché non tutti, per usare le parole di Zambrotta, remavano nella stessa direzione. A campionato concluso molti senatori se ne andarono nonostante le pressioni della società per rimanere ancora 12 mesi. Evidentemente non avevano più voglia di far parte di uno spogliatoio così spaccato. E altrettanto evidentemente non c’era grande feeling con il tecnico, comunque mai messo in discussione dal club di via Aldo Rossi, sebbene avesse difficoltà a rapportarsi con personalità forti.

Il grande difetto dell’undici di Allegri fu la forza della Juventus. I torinesi venivano da due settimi posti consecutivi, pareva impossibile che potessero sollevarsi in fretta. E invece l’arrivo di Conte segnò l’inizio di un grande ciclo. L’ex centrocampista creò una compagine affiatatissima nella quale ognuno era importante, senza alcuna differenza tra titolari e ‘riserve’, era parte di un progetto, di una ‘missione’. Grazie a un simile entusiasmo venne colmato il gap tecnico col Milan. Un Milan trascinato da Thiago Silva e Ibrahimovic, gli unici veri top player della serie A (Eto’o aveva lasciato l’Inter), ma privo della rabbia, dell’ardore agonistico e del mordente trasmesso dalla nuova guida tecnica ai suoi, che in campo sembravano assatanati e ‘affamati’ come non mai. Persino Andrea Pirlo sembrava un altro giocatore rispetto agli ultimi anni trascorsi a Milano, decisamente rigenerato, ringiovanito e più ‘cattivo’. Il duello scudetto nel 2012 in sostanza fu una vera e propria guerra di nervi. Conte non sbagliò una mossa, dialettica e tecnica, e fu capace di approfittare delle già citate difficoltà del Milan, trionfando in maniera del tutto inaspettata. E’ qui la differenza tra un allenatore normale e uno decisivo. Inutile dire in quale delle due categorie rientri Allegri e in quale Conte…

Giorgio Meroni

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