La caduta dell’ultimo ‘mito’

17 luglio 1994. Al Rose Bowl di Pasadena (Los Angeles) Brasile e Italia si contendono la Coppa del Mondo. Quella partita rappresenta uno dei miei primi ricordi legati al mondo del calcio.

La nazionale carioca è spinta in finale da Romario e Bebeto, magnifica coppia gol e può contare su giocatori come Cafù, Jorginho, Leonardo oltre a vecchie e nuove conoscenze del campionato italiano: Dunga, Marcio Santos, Branco e Aldair. Agli occhi del bambino di allora la squadra verdeoro è l’avversario più forte per gli azzurri, il pericolo maggiore a sentire le televisioni e leggere (sfogliare) i giornali sportivi. Il mitico Brasile insomma. La partita conferma le paure della vigilia. Nonostante l’incredibile caldo e relativa umidità (si gioca a mezzogiorno e mezzo) i verdeoro tengono alti ritmi, sembrano assatanati, disumani e prendono d’assalto quasi fin da subito la porta di Pagliuca. E’ così per quasi tutti i 120 minuti. Solo una buona dose di fortuna e una superba prova di capitan Baresi impediscono alla nazionale di Parreira di passare: gli azzurri resistono e sprecano l’unica occasione capitata a Massaro. Si va ai calci di rigore. Sono decisivi gli errori dello stesso Massaro, del monumentale Baresi e di Roberto Baggio, autentico trascinatore degli uomini di Sacchi dagli ottavi. Il Brasile vince. Baresi piange come un bimbo. E qualche lacrima scende pure sul viso del tifoso di 10 anni davanti alla tv.

8 luglio 2014. Le lacrime di David Luiz e dei piccoli fan dopo la storica disfatta contro la Germania mi hanno rievocato quelle del numero 6 italiano. E a distanza un ventennio ho ‘scoperto’ che anche i brasiliani possono piangere, che sono vulnerabili e umani. E’ vero, in altre occasioni i sudamericani, dal 1994 in poi, avevano subìto sconfitte pesanti (basti pensare al crollo nell’ultimo atto dei Mondiali in Francia nel 1998) che non ne avevano comunque intaccato la fama. Mai la Seleçao era stata infatti ‘schiaffeggiata’ in tal modo, mai era stata letteralmente umiliata dagli avversari dal punto di vista fisico, tecnico e psicologico. Gli sguardi dei vari David Luiz, Maicon, Marcelo erano persi nel vuoto, sembravano chiedersi: “Cosa ci sta succedendo?”, “E’ tutto vero?”. Veri e propri pugili suonati. Andate a rivedere alcuni dei gol dei tedeschi. Si prendono letteralmente gioco dei dirimpettai, li disorientano e superano al pari di birilli. Un bel contrappasso per chi ha fatto della tecnica, dei numeri, del toda joia una filosofia calcistica e di vita, improvvisamente non più padrone del pallone. La Germania, con indosso una maglia simil Flamengo, ha preso il posto del Brasile profanando il suo regno e distruggendo l’ultimo mito, che non ha più il volto di Romario e Bebeto ma di (sic) Fred, esistente in questo sport. Almeno fino alle 22 italiane di martedì 8 luglio 2014, quando il cerchio si è chiuso.

Giorgio Meroni

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