1993/94: Il fantastico double del Milan di Capello

La fine di un ciclo
Estate 1993. Sono in molti, tra addetti ai lavori e tifosi, a credere che sia finito il grande ciclo del Milan, iniziato nel 1987 con l’arrivo in panchina di Arrigo Sacchi. I rossoneri, guidati dal 1991 da Fabio Capello, nella stagione precedente hanno conquistato il tredicesimo scudetto, il secondo consecutivo, ma perso la finale di Champions League contro il Marsiglia. La cocente delusione per la sconfitta ha oscurato la festa tricolore.
A Monaco viene poi sancita la rottura definitiva tra il tecnico e Ruud Gullit, spedito in tribuna. L’attaccante lascia Milano e si trasferisce alla Sampdoria, al pari di Alberigo Evani. Non sono gli unici addii pesanti. Frank Rijkaard torna in patria, destinazione Ajax. Il Milan dei tre olandesi è finito. Già, perché Marco Van Basten è out per un serio infortunio alla caviglia e non rientrerà più in campo. La stessa sorte sarebbe potuta toccare anche a Gianluigi Lentini, vittima di un grave incidente stradale al ritorno da Genova dopo un’amichevole. Rivedrà il prato verde solo a gennaio.
A fronte di partenze eccellenti, il mercato in entrata non fa certo sognare. Non si segnalano colpi clamorosi. Gli acquisti portano i nomi di Christian Panucci, promettente terzino destro, Brian Laudrup, Alessandro Orlando, Florin Raducioiu, Mario Ielpo e Angelo Carbone. Il Diavolo non appare invincibile come gli anni precedenti. Del resto la concorrenza è nutrita e annovera la Juventus di Trapattoni, l’Inter di Bergkamp e Jonk (accolti con grande entusiasmo dai supporter nerazzurri), il Parma di Zola e Asprilla, la Lazio di Gascoigne e Signori, e la Samp di Mancini e Gullit. Tutte sembrano davvero in grado di impensierire i campioni d’Italia in carica e porre finalmente termine al dominio del club di Silvio Berlusconi. Candido Cannavò sulla Gazzetta dello Sport del 31 maggio scrive: “L’abissale distacco tra il Milan e le altre non esiste più: l’operazione compro tutto e vinco tutto ha teorizzato per un lungo periodo il nostro calcio, ma è fallita alla fine nei risultati e nella sostanza. Il Milan potrà partire favorito in tutti i campionati del prossimo decennio, ma allo schiacciasassi non crede più nessuno”.

Il cammino in campionato
L’illusione delle rivali dura poco. La partenza del Milan è lanciata. Nelle prime sei giornate arrivano cinque vittorie (tra le quali quella sulla Roma di Mazzone) e un pareggio, con il contributo del rigenerato, almeno nella fase iniziale, Papin. La porta di Rossi resta inviolata fino al 60’ di Foggia-Milan: Kolyvanov rompe l’incantesimo e ferma l’imbattibilità del portiere milanista a 687 minuti. In casa rossonera scatta l’allarme perché quello contro i pugliesi è il secondo pari nel giro di due settimane. Sette giorni prima era stata infatti la Lazio di Dino Zoff a uscire indenne dal Meazza. E sempre a San Siro, il 24 ottobre, si presenta la Juventus. I padroni di casa fanno la partita e sfiorano più volte il vantaggio con Simone e Donadoni (miracoli di Peruzzi). Sono però i bianconeri a passare con Roberto Baggio su rigore per fallo, molto contestato, di Baresi. Albertini rimedia di testa al termine di un furioso forcing. Il tonfo è solo rimandato. La domenica successiva a Marassi contro la Samp sotto il diluvio accade l’incredibile e si consuma la vendetta perfetta. I blucerchiati rimontano lo 0-2 del primo tempo (centri di Albertini e Laudrup) con Katanec e Mancini su rigore, e vincono grazie a Gullit. Proprio lui abbatte la sua ex compagine e la scalza dalla vetta della classifica dopo ben 72 turni. Il Milan, ferito, si lamenta nuovamente per la direzione arbitrale. Capello protesta vibratamente: “Dobbiamo essere più forti di tutto. Il nostro rammarico è di lavorare tutta la settimana e poi trovarci in queste situazioni”. Può essere l’inizio della fine e invece il derby contro l’Inter della settimana successiva segna la svolta della stagione. Panucci e Papin stendono i cugini, ai quali non basta un rigore di Bergkamp. Zorro Boban, perno del centrocampo con Albertini, si infortuna al menisco.
La società decide di intervenire immediatamente sul mercato: tra lo scetticismo generale è acquistato dal Marsiglia Marcel Desailly, giocatore muscolare, e dalle prime impressioni, poco dotato tecnicamente. Il francese diventa titolare fin da subito, nel sofferto 2-1 al Napoli, e sfiora la prima rete nello scontro al vertice al Tardini con il Parma del 28 novembre, terminato a reti inviolate. Da questo momento e fino al termine del mese di gennaio il cammino è altalenante soprattutto perché gli attaccanti sono imprecisi e sfortunati: desta scalpore lo 0-0 contro l’ultima in classifica, il Lecce, che anticipa quello esterno sul campo del Genoa di Scoglio. Il copione è lo stesso anche con il Piacenza. Al minuto 72’ Massaro scaccia la paura dell’ennesimo 0-0 e dà il via alla cavalcata decisiva.
Il Milan, con la sua punta ‘di scorta’, che ha finalmente superato i problemi alla schiena, e all’inserimento in pianta stabile di Savicevic, inanella nove vittorie consecutive. Nell’ordine sono battute Piacenza, Atalanta, Roma, Cremonese, Lazio, Foggia, Juventus, Sampdoria e Inter. Sebastiano Rossi non subisce reti per 929 minuti e stabilisce il nuovo record d’imbattibilità, in precedenza detenuto da Zoff. Per uno scherzo del destino è ancora Kolyvanov a fermare la striscia positiva del numero uno durante Milan-Foggia. Tuttavia il gol subìto fa molto meno male rispetto all’andata. Fatto lo strappo, lo scatto decisivo a danno delle inseguitrici, non resta che amministrare il vantaggio e aspettare la partita con l’Udinese del 17 aprile. Il 2-2 finale consegna il tricolore, il numero quattordici con annesso sorpasso all’Inter. I giocatori festeggiano sotto la curva tuffandosi a pesce sull’erba bagnata. Terzo trionfo in tre anni per Capello. L’allenatore di Pieris entra nella storia: dopo il poker del grande Torino, nessuna squadra era riuscita a trionfare per tre volte di fila. “Dei miei tre scudetti questo è senza dubbio il più difficile – spiega lui, molto emozionato, nel post-gara – ma ci siamo abituati, ha vinto l’umiltà. Vorrei definirlo lo scudetto del particolare perché non abbiamo lasciato spazio all’improvvisazione, siamo stati tutti attentissimi ai dettagli. Sì, è uno scudetto diverso, uno scudetto che abbiamo vinto tutti. Sapevamo che tra noi e gli altri non c’erano più certe differenze abissali, ma sapevamo anche che questo sarebbe stato un torneo anomalo, con impegni concentrati. Abbiamo vinto noi, proprio per l’abitudine allo stress, alla fatica, alla tensione e agli impegni ravvicinati”.

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(foto magliarossonera.it)

I segreti del successo: la difesa super e la coppia Savicevic-Massaro
36 e 15: ecco i numeri magici che spiegano il campionato del Milan. 36 reti realizzate (a fronte delle 64 della Sampdoria) e 15 incassate. Il reparto arretrato rappresenta la vera forza della compagine capelliana. Rossi, Tassotti (Panucci), Costacurta, Baresi e Maldini formano un bunker inespugnabile. Senza dimenticare Filippo Galli, sempre pronto quando è chiamato in causa. A protezione del quartetto difensivo trova spazio Desailly, stopper adattato a centrocampo: segnare ai rossoneri diventa così un’impresa quasi impossibile, disperata. Fabio Capello fa di necessità virtù: senza i pezzi da novanta del passato, e visti gli stenti di Papin e Simone, crea un gruppo granitico, concreto che non ha bisogno di un centravanti puro. “Senza Van Basten e Lentini in avanti abbiamo dovuto inventare un gioco completamente diverso”. Un calcio allo spettacolo e all’estetica di sacchiana memoria in favore del pragmatismo e della concretezza. L’allenatore se ne infischia dei giudizi poco lusinghieri e delle critiche per l’assenza di bel gioco. Nasce la ‘squadra degli 1-0’: nove sono le sfide vinte con questo punteggio. Il capocannoniere è Daniele Massaro con 11 centri: a 33 anni l’attaccante vive una seconda giovinezza assumendo il ruolo di uomo della Provvidenza, del risolutore. Famoso il motto “Vai Massaro!” coniato nella trasmissione televisiva ‘Mai dire gol’ da Peo Pericoli, personaggio interpretato da Teo Teocoli. Accanto a San Daniele gioca Dejan Savicevic: il montenegrino si consacra definitivamente. Con Capello i rapporti sono difficili, si sfiora un’altra rottura dopo quella con Gullit. La frattura però successivamente si ricompone e il Genio diventa titolare fisso accettando di sacrificarsi per i compagni senza smettere tuttavia di deliziare il pubblico con i suoi dribbling, spesso irridenti nei confronti degli avversari. Completano il team formidabile il metronomo Albertini, giovane con l’esperienza di un veterano, l’intramontabile Donadoni ed Eranio, apprezzato per la sua intelligenza tattica. Boban, rientrato dall’infortunio, conferma infine di essere un giocatore con notevoli capacità tecniche. Il Milan degli olandesi resta un (piacevole) ricordo.

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(foto magliarossonera.it)

La cavalcata in Champions League: da Arau ad Atene
I rossoneri si presentano ai nastri di avvio della rinnovata Champions League con un preciso obiettivo: cercare di raggiungere la finale per dimenticare Monaco e vincere la coppa, alzata per l’ultima volta nel 1990. Il primo turno con l’Arau è da brividi. Papin regala il successo ai suoi in Svizzera mentre il ritorno termina 0-0 con alcune occasioni sciupate dagli ospiti. Nel turno successivo c’è il Copenaghen. In Danimarca il Diavolo si scatena vincendo 6-0 (doppiette di Simone e Papin, e gol di Laudrup e Orlando), ipotecando di fatto la qualificazione. A San Siro la sfida serve solo per le statistiche: finisce 1-0 (decide Papin). Nella fase a gironi il Milan trova Anderlecht, Porto e Werder Brema. Quattro pareggi e due vittorie (nelle sfide casalinghe con Porto e Werder Brema) consentono a Capello di arrivare primo e disputare quindi la semifinale a turno unico tra le mura amiche come prevede il regolamento. Decisivo in tal senso lo 0-0 di Oporto nell’ultima partita in cui la difesa resiste agli assalti dei lusitani.
Per arrivare ad Atene bisogna sconfiggere il Monaco di Klinsmann, Scifo e Djorkaeff. Desailly di testa sblocca il match dopo 14 minuti. Le cose sembrano mettersi per il verso giusto quando Billy Costacurta per due falli sull’ex interista Klinsmann viene espulso dall’arbitro tedesco Heynemann. Come se non bastasse Franco Baresi, diffidato, è ammonito: i due centrali di difesa salterebbero l’eventuale appuntamento ad Atene. Prima però bisogna chiudere i conti con i francesi. Pur con un uomo in meno i milanisti gettano il cuore oltre l’ostacolo e raddoppiano grazie a una straordinaria punizione di Albertini. Massaro, su perfetto assist di Panucci, in diagonale sigla il definitivo 3-0. San Siro esplode di gioia e applaude i propri beniamini.
In Grecia il 18 maggio 1994, li attende un dream team: il Barcellona di Romario, Stoickhov, Koeman e Guardiola, guidato da Johan Cruyff. Per la prima volta il Milan non è favorito. A detta dei più avrà poche chance contro gli spagnoli. Anche per gli spagnoli stessi. Nelle settimane che anticipano la sfida, Cruyff attacca il collega: “Il Milan con Capello ha perso la qualità di squadra spettacolo, modello per tutti. La gloria del Milan nel mondo è legata al bel gioco di Sacchi, non al suo. Con il Barcellona non avrà scampo. E’ impossibile che perderemo: noi abbiamo preso Romario, loro Desailly ”. L’olandese è dunque strasicuro di vincere. Secondo alcuni rumors, alla viglia della gara i blaugrana posano con la Coppa, certi che quella con i dirimpettai sarà una pura e semplice formalità.
In campo è tutta un’altra storia, completamente differente. I rossoneri, fallito nel test di Firenze l’esperimento di Desailly centrale di difesa, schierano Galli e Maldini in mezzo con Tassotti e Panucci terzini. Il francese staziona in mediana con Albertini, sulle fasce Boban e Donadoni. Savicevic alle spalle di Massaro. Da una strepitosa giocata del fantasista nasce la rete dell’1-0 al 22’: assist delizioso al compagno di reparto che insacca il pallone del vantaggio. Il Barcellona si rende pericoloso solamente in due circostanze con Romario e Stoickhov. E’ il Milan ad avere il predominio territoriale. Prima del riposo giunge il raddoppio. Massaro conclude splendidamente di sinistro su passaggio al bacio dell’imprendibile Donadoni. E il bello deve ancora venire. A inizio ripresa Savicevic beffa Zubizarreta con un pallonetto da favola: un numero da vero e proprio genio del calcio. Non è finita qui. Desailly con un destro a giro fissa il risultato sul 4-0. Barcellona steso. Umiliato. Ridicolizzato come l’imprudente Cruyff al quale Capello ha impartito una lezione di tattica. Cinque anni più tardi i tifosi ‘eleggono’ Milan-Barcellona Partita del Secolo. Uno degli eroi della magnifica serata, Daniele Massaro, svela i segreti dell’impresa: “In venti giorni Capello ci ha tonificati, spiegandoci perfettamente tutto quello che dovevamo fare per bloccare la macchina da gol del Barcellona. Noi ci sentivamo semplicemente penalizzati da un paio di assenze. Però sapevamo che si poteva giocare alla pari, sapevamo che il Barcellona presentava dei punti deboli. Si trattava di sfruttarli, di negare continuamente a loro gli spazi, di incrementare i ritmi senza momenti di pause. E ce l’abbiamo fatta. E’ stata la nostra prestazione più bella”.
“Milan campionissimo” titola la Gazzetta dello Sport il 19 maggio. E vale la pena riprendere e rileggere l’editoriale di Candido Cannavò, “Il trofeo è la faccia di Cruyff”, per comprendere fino in fondo la portata dell’evento. “Se il Milan vuole godersi in eterno questo trionfo, con gli stessi sapori di ieri sera, ordini al miglior fotografo italiano una serie di ritratti della faccia di Cruyff, stravolta. Era l’attimo in cui Desailly, il gladiatore nero, metteva in rete il pallone del quattro a zero. Quello è il momento topico di una storia di calcio incredibile ed esemplare, che è anche una storia di vita. Cruyff non mostrava la normale tristezza di un comandante sconfitto che chiede comprensione e solidarietà. Lui era l’immagine ispida dell’orgoglio ferito, della superbia ridicolizzata, della sicurezza andata in frantumi, della vanagloria smascherata. Dieci, cento sconfitte messe insieme non scottano come la disfatta totale che il grande olandese ha subìto ieri sera per mano di un Milan che, a dispetto delle sue ferite, ha divinamente navigato in una sorta di stratosfera calcistica”. Il direttore della rosea aggiunge: “Signori, siamo qui a parlare di una delle vittorie più eclatanti della storia del nostro calcio di club (…) Il Milan con un solare dominio a metà campo, ha reso inerti le punte barcellonesi, le bocche da fuoco che Atene non ha mai visto (…) Ieri ci eravamo soffermati su una foto di Van Basten e Capello sul campo della finale. Lo scopo era quello di evocare i tempi del grande Milan, ricco e spettacolare, immaginando anche una sorta di magia: il Van Basten che esce dalla foto e sbuca dal sottopassaggio. Era un modo, forse ingenuo, di far coraggio al Milan ferito. Ed invece la magia si è realizzata in pieno. Van Basten c’era, vestito da Massaro. Complimento migliore non troviamo per questo milanista eterno, per questo atleta esemplare (…)”. E ancora: “Ha trionfato Massaro, ha trionfato il genio di Savicevic che col suo gol, il terzo, ci ha ricordato Maradona, ma ha trionfato soprattutto il Milan di Capello. Di Capello, gridatelo forte. Nonostante avesse conquistato tre scudetti, lui ha dovuto portarsi addosso il sospetto che fosse un tecnico incapace di vincere una coppa. Pensate un po’. Lui ha dovuto incassare le patetiche irrisioni di Cruyff e persino i lamenti del pessimista tifo rossonero. Ma lui ha stravolto l’incredulità generale con un indimenticabile capolavoro. Lasciamo stare Van Basten. Ma, senza Baresi e Costacurta, Capello ha inventato il Milan più bello, più forte, più esaltante della stagione, facendo pensare che lo avesse nascosto a lungo per tirarlo fuori nella serata della grande verità. Se fossi Berlusconi questa coppa la darei a Capello perché la custodisca nel salotto. A fianco del ritratto di Cruyff dal titolo ‘La superbia devastata’”.
E’ l’apoteosi del Milan berlusconiano. Tanto più che nella stessa serata della finalissima, il governo presieduto dal presidente rossonero, che in primavera ha portato il centrodestra alla vittoria delle elezioni, ottiene la fiducia al Senato dove i numeri erano in bilico. Un doppio successo condensato in poche ore. Era stato proprio lui a scegliere Capello, allora manager della Polisportiva Mediolanum, tra lo scetticismo generale. Lo ricorda nuovamente Cannavò: “Tre anni fa Fabio arrivò tra mugugni e diffidenze, mentre la gente gridava ‘Sacchi, non ci lasciare’. Oggi è nome di caratura mondiale, oltre che un simbolo. E’ riuscito ad assorbire in giusta dose tutte le sue esperienze, di calciatore, di manager, di tecnico per realizzare una sintesi perfetta nel suo ruolo vincente di capo duttile, confidenziale, eppur carismatico”. Una mattina a Milanello un cronista aveva tentato di fare cambiare idea a Berlusconi: “Presidente, lasci perdere quel Capello”. La risposta: “Guardi, si compri il Milan e lo faccia allenare da chi vuole lei!”. Anche i giocatori nutrivano più di qualche dubbio: “E’ fuori dal giro da troppo tempo”. Il numero uno rossonero era stato inamovibile: “Fabio è l’uomo giusto, ha forza e carattere: diventerà un altro Rocco”.
Secondo i più, il Milan lasciato da Sacchi, era da cambiare in maniera significativa, se non addirittura rifondare perché aveva dato tutto, era logoro, alla frutta, in disarmo. Ebbene Capello, solo con qualche innesto, ha dimostrato che il medesimo gruppo aveva in realtà ancora molte energie: serviva soltanto praticare un calcio meno dispendioso, dosare le forze senza attuare il fuorigioco (quasi) a centrocampo come il suo predecessore e affidarsi all’esperienza dello zoccolo duro italiano dei vari Baresi, Tassotti, e Donadoni. In breve tempo anche la loro sorpresa per la scelta del neo tecnico si è trasformata in fedele ‘obbedienza’ alle indicazioni dell’ex calciatore di Milan e Juve: “Se devo prendermi proprio un merito – sottolinea il modesto Fabio – diciamo che sono fiero di aver convinto i miei giocatori che a trent’anni si può giocare ancora ad altissimi livelli. E il fatto che molti di loro siano pedine fisse della Nazionale lo conferma”. Così il Diavolo ha dominato in Italia ed è tornato a primeggiare in Europa centrando la storica accoppiata scudetto-coppa campioni.

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Le amare sconfitte in Coppa Intercontinentale e supercoppa europea. La coppa di Lega resta a Milano
Il Marsiglia, detentore della Champions League, è squalificato dalle competizioni internazionali dalla Fifa e dalla Uefa per corruzione e frode sportiva verificatesi nell’ultima giornata del campionato francese del 1992/1993, vinto e revocato successivamente al club di Tapie dalla federazione francese. Per la Coppa Intercontinentale e la Supercoppa Europea è così ripescato il Milan.  I rossoneri il 12 dicembre affrontano il San Paolo. Il Diavolo, due volte in svantaggio per le reti Palinha e del vecchio Cerezo, per due volte rimonta con Massaro e Papin. Nel finale il patatrac con una maldestra uscita di Rossi e il gol a dir poco rocambolesco di Muller. I milanisti non risultano essere inferiori al San Paolo e non sono assistiti dalla fortuna: sullo 0-0 Massaro colpisce infatti una clamorosa traversa, mentre la difesa è insolitamente svagata. “La verità è che in occasioni come questa si avverte più che mai l’assenza di Van Basten” evidenzia Berlusconi. Anche Savicevic non scende in campo e infuria la polemica con Capello. “Purtroppo Savicevic è vittima di un errore non mio” spiega l’allenatore riferendosi a una squalifica poi tolta al giocatore. “Capello non credeva in me per questa partita. Se davvero lo avesse voluto, mi avrebbe fatto giocare” replica il montenegrino. Come si è visto, la pace tra i due sarà poi alla base della ripartenza del club milanese fino al doppio trionfo di Maggio.
Prima, tra gennaio e febbraio, c’è l’impegno di Supercoppa Europea con il Parma di Scala. Il Milan espugna il Tardini con un colpo di testa di Papin: il trofeo sembra ipotecato. A San Siro gli emiliani sono scatenati e travolgono letteralmente i rivali sul piano del gioco. Nei 90’, dopo molte occasioni da rete, Sensini, a seguito di una traversa di Zola su punizione, supera Rossi: si va ai supplementari. Al 95’ Crippa consegna la coppa ai suoi. Per Capello continua, momentaneamente, la maledizione delle coppe internazionali. Se due traguardi svaniscono, un terzo, la supercoppa italiana di Lega, non sfugge ai capelliani. Al Robert F. Kennedy Stadium di Washington (si gioca negli Usa in vista dei Mondiali del 1994) bastano quattro minuti a Simone per piegare il tenace Torino di Mondonico pericoloso nelle fasi conclusive. E’ la prima gioia di una stagione memorabile. Anzi, di una stagione irripetibile.

Giorgio Meroni

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